venerdì 1 febbraio 2008

ABSTRACT

1. In quale città d’arte hai trascorso quest’anno le tue vacanze?
2. Quale palazzo, duomo, cortile, piazza… ricordi con entusiasmo?
3. Sei sicuro di non confonderti?
4. Quanti chilometri hai percorso per arrivare a destinazione?
5. Sei del sud e sei andato al nord o sei del nord e sei andato al sud?
6. Di quanti piani è il tuo palazzo? E quelli del palazzo di fronte?
7. Non dirmi che sei andato a contarli?

"Nella primavera del 1137 san Bernardo di Chiaravalle percorse tutto il perimetro del lago di Ginevra senza nemmeno accorgersi della sua presenza. Ugualmente, dopo avere trascorso quattro anni in monastero, san Bernardo non era in grado di dire se il refettorio avesse il soffitto a volta (ce l’ha) o quante finestre avesse il presbiterio della chiesa (ne ha tre)."
Architettura e felicità, Alain de Botton, pag. 10 paragrafo 2

Dopo la lettura di queste poche righe una risata scappa. Ma se poniamo un’attenzione particolare, credo che noi non siamo certamente superiori a san Bernardo. Visitiamo borghi e città dimenticando le sostanziali caratteristiche che le differenziano. Non parliamo ovviamente delle famose “città cartolina”.
Piazza navona non è Piazza della Signoria.
Tutti conosciamo la loro collocazione geografica, sappiamo tutti che entrambe le piazze hanno una fontana. Ma se prendiamo in considerazione il duomo della vostra città, ricordate quanti ingressi possiede? O se la copertura è costituita da una volta a crociera o a botte?
Davanti a queste semplici domande la nostra memoria è in difficoltà? Sicuramente ricorderemo la facciata, ma a stento riusciremo a ricordare i suoi particolari. Come vedete non si prende più in considerazione Roma o Firenze, ma il nostro centro di residenza.
Visitiamo Venezia ma non conosciamo il nostro capoluogo di provincia o la città limitrofa. Questo accade perché non pensiamo di essere attratti da una città o borgo che tutto sommato conta 1.000 anime. Al contrario più è estesa più c’è da vedere.

Noi di “Viaggiatori Incoscienti” a riguardo abbiamo un pensiero alternativo.
Si è operosi di giorno, si riposa la notte.
Ma proviamo a invertire i verbi:
Si riposa di giorno, si è operosi la notte.

Avete mai osservato un borgo nelle ore notturne? Perché la notte? Provate a visitare una città/borgo di giorno e visitatela di notte (per notte intendiamo da mezzanotte in poi) e alla fine confrontate. Quale fascia oraria vi ha trasmesso la sensazione più forte. Per esperienza personale non esiterei, nel rispondere di notte. Un detto dice “la notte porta consiglio”. Credete non sia vero? Provare per credere.

Per ora “Viaggiatori incoscienti” cerca di descrivere una classica nottata fuori porta:
Il nostro kit è sempre in auto e lo spazio che occupa è davvero ridicolo una minuscola mappa del territorio, una torcia, sigarette con accendino, macchina digitale 4x di una marca generica e quando capita una bottiglia di birra o di vino (esclusivamente Montepulciano d’Abruzzo).
La meta è fondamentale, da essa dipende il nostro futuro stato emotivo. Ammettiamo che a volte scegliamo la destinazione per simpatia, per sentito dire, o perché il suo nome rievoca in noi strani presagi.
Per sicurezza decidiamo di scrivere su di un pezzo di carta la strada migliore da percorrere, anche se siamo consapevoli dell’eventuale smarrimento, causato dalla scarsa visibilità. I fanali dell’auto nel cupo territorio sono l’unica fonte di sostentamento. I nostri occhi quasi socchiusi dalla stanchezza si spalancano alla vista di una qualsiasi indicazione stradale, il più delle volte nascosto dietro qualche ramo, con l’inevitabile affermazione “ci siamo persi”.
Ed è qui che ha inizio l’avventura. Ci si fida dell’istinto dinanzi ad un bivio e speriamo che questa strada non sia troppo lunga per il nostro serbatoio (vi raccomandiamo un mezzo pieno prima della partenza, perché non assicuriamo la presenza di distributori self-service).

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Le prime luci che vediamo all’orizzonte, ci confortano e sappiamo già che hanno qualcosa da dichiararci. Le lampade a vapori di sodio a bassa pressione, così si chiamano la maggior parte dei lampioni che illuminano le nostre città, ci svegliano. Nello specchietto retrovisore abbandoniamo il fitto nero e ci lasciamo coinvolgere dalle luci soffuse. Ovviamente alle 2 del mattino non abbiamo problemi di parcheggio e ad operazione conclusa la città è solo nostra. Siamo per un tot tempo gli unici abitanti vivi di quel luogo quasi sempre accompagnati dal classico cane di quartiere “Nerone”, (forse chiamato così perché lo si scorge solo di sera, non pensiamo certamente che egli abbia appiccato qualche focolare da qualche parte)o da qualche gatto che puntualmente sono sempre bianchi o neri (forse perché il nero ha vergogna e vuole mimetizzarsi,mentre il bianco, più vanitoso desidera farsi notare), mai visto finora un gatto maculato.

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Ritornando a noi. Iniziamo ad aggirarci con discrezione nel centro abitato senza dare fastidio, a volte parlando così a bassa voce da non sentire le nostre stesse affermazioni o domande, quasi per non dare nell’occhio pur essendo(credo)gli unici. Diciamo credo, perché qualcuno può essere sveglio e notarci. Il silenzio è principe, anche se a volte viene interrotto dal televisore con volume troppo alto proveniente dalla stanza di un palazzo che pensavamo fosse disabitato o dal russare di qualcuno che ha tanta voglia di dormire, in definitiva lo spettacolo è nostro. Una sceneggiatura scritta solo per pochi.

Attraversiamo strade deserte, ma respiriamo aria di sopravvivenza. Il mattone o la pietra restituiscono quella essenza di remoto che molti altri edifici hanno perso, aggiungendogli involontariamente un abito con colori così sgargianti che hanno a che fare poco con l’antico.


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Si distinguono le case aristocratiche da quelle meno fortunate, ed è qui che parte la nostra immaginazione sulla popolazione che per millenni l’abitava. Luoghi di culto che si mimetizzano nello sky-line e chiese prepotenti con la presunzione di farsi notare. Un’avvicendarsi di residenze, che durante il giorno non noteresti, indossano il loro abito serale migliore e ci ricevono alla loro festa di gala, ormai da tutti trascurata. La luce crea contrasti sorprendenti, a volte abbagliano a volte indicano e là dove non esiste un percorso visivo, scatta la nostra torcia. Quel debole flusso luminoso mostra a pezzi la facciata di un palazzo, un tempo abitato da qualche ricco facoltoso. Quel cerchio di luce, man mano che si muove ci mostra una porta semiaperta, che fa esaltare il nostro senso di avventura.
Ci emozioniamo alla sola vista di un arco non intonacato da anni o da un tavolo apparecchiato con un dito di pulviscolo, attorniato da polvere, legna e pezzi di un’auto non più in produzione, ma con la credenza chiusa contenente qualche piatto o utensile da cucina. In questi casi nulla deve essere spostato, non modifichiamo la sua storia, ma è la nostra che viene a modificarsi, e i nostri volti sconcertati ne sono la conferma. Ci sorprendiamo se una parete conserva ancora testimonianze sbiadite del periodo bellico con la sua rivolta contadina, o incita la corsa di un Bartali. E rimaniamo estasiati quando scopriamo tracce (documentate) di templari sul retro di una chiesa.

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A ciascun edificio chiediamo non soltanto che assolva a una certa funzione, ma anche che abbia un certo aspetto e contribuisca a creare una precisa atmosfera: di religiosità o di cultura, di semplicità o di modernità, di lavoro o di vita familiare.
Gli edifici parlano, e parlano di argomenti che si possono comprendere facilmente. Parlano di democrazia e aristocrazia, di disponibilità e arroganza, di accoglienza e minaccia, di partecipazione al futuro e nostalgia per il passato.
La notte regala tutto un altro fascino, i colori del borgo sono pacati e sarà forse questa pacatezza che ci offre ogni volta un qualcosa in più da raccontare.


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Dopo tutto questo come si fa a non essere felici.
Sei ancora attratto dal caos cittadino?
È in questi luoghi, a volte immersi in leggende popolari che crediamo di essere felici.
Stendhal diceva: “
Esistono tanti stili di bellezza quante visioni delle felicità.
Per noi, attualmente, questa rappresenta la nostra.